Sergio Leone

sergio-leone2A vent’anni dalla sua scomparsa, Ostia rende omaggio a uno dei grandi registi del cinema italiano. Le sue pellicole hanno fatto scuola nel mondo. Registi come Tarantino, ma anche Martin Scorsese, Johnnie To, John Woo hanno più volte dichiarato di essersi ispirati a Sergio Leone. In questa retrospettiva si è voluto porre l’accento sulla sua produzione western. Il suo modo di dilatare i tempi, l’uso della grande musica di Ennio Morricone (“Il mio più grande sceneggiatore” amava chiamarlo Sergio Leone), i controtempi scenici dei suoi anti eroi, hanno segnato la storia di un genere. Facendo diventare il cosiddetto “western all’italiana” o “spaghetti western” un prodotto esportato in tutto il mondo, e persino negli Usa, madre indiscussa del genere Western. La rassegna, che si svolgerà ad Approdo alla Lettura, prevede in rapida successione alcuni dei suoi film realizzati in qualità di regista e non solo.

Sette film dal 20 giugno al 16 luglio

BIOGRAFIA

Sergio Leone nasce a Roma il 3 gennaio 1929 da Vincenzo Leone, regista del muto noto con lo pseudonimo di Roberto Roberti, e da Bice Valerian, attrice del medesimo periodo. Esordisce nel cinema lavorando come assistente volontario e comparsa, fra l’altro, in “Ladri di biciclette” (1948) di De Sica. In seguito, è a lungo aiuto regista di Mario Bonnard: nel ‘59, essendo quest’ultimo ammalato, lo sostituisce sul set de “Gli ultimi giorni di Pompei” per completarne le riprese. Dopo aver fatto l’aiuto regia del “Ben Hur” (1959) di William Wyler e diretto la seconda unità in “Sodoma e Gomorra” (1961) di Robert Aldrich, egli dirige infine il mitologico “Il colosso di Rodi” (1961), il primo lungometraggio tutto suo.
E’ del 1964, tuttavia, il film che lo imporrà all’attenzione generale: “Per un pugno di dollari”, firmato con lo pseudonimo di Bob Robertson in omaggio al padre, indica una convincente via al western autarchico lungo i sentieri d’una narrazione barocca e survoltata, roboante ed iperviolenta .
I successivi “Per qualche dollaro in più” (1965) ed “Il buono, il brutto, il cattivo”(1966) completano quella che verrà definita la “trilogia del dollaro”, incassano cifre enormi, ripropongono una formula vincente: aggressiva ed accattivante colonna sonora di Ennio Morricone, interpretazioni sornione e grintose di Clint Eastwood (ma anche degli ottimi Gian Maria Volonté e Lee Van Cleef), cui s’aggiunge - a livello stilistico - una iperbolica dilatazione dei tempi narrativi che diventa, a tratti, paradossale ieraticità del gesto.

“C’era una volta il West”(1968) conferma ed infrange nello stesso tempo gli schemi di cui sopra, inscenando la fine del West e del mito della Frontiera: l’icona Henry Fonda assume per l’occasione i tratti d’un assassino feroce ed inesorabile, il ligneo profilo di Charles Bronson gli si contrapppone in una cupa vicenda di vendetta e di morte. Se il successivo “Giù la testa” (1971), colorito e movimentato pot-pourri sulla rivoluzione ambientato nel Messico di Villa e Zapata, ristagna un po’ fra manierismo e ritualità, è con “C’era un volta in America” (1984) che il cineasta romano dà vita al suo capolavoro. Frutto d’una lunghissima gestazione, il film colloca negli anni ruggenti del proibizionismo una storia di gangster ed amicizia: il tutto, all’insegna di un’acuta cognizione della memoria con il contributo di attori mirabili (De Niro è il più citato, ma James Woods gli tiene testa benissimo) e del suggestivo commento sonoro di Ennio Morricone, suo fedele compositore in tutti i suoi film ad esclusione de “Il colosso di Rodi”. La parabola artistica di Leone si conclude qui: un infarto lo stronca nella sua casa romana il 30 aprile 1989, mentre è alla prese con il laborioso progetto d’un film incentrato sull’assedio di Leningrado.

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